Petali di rose 

      

  

Proprietà artistica riservata © 2003 by Cristina Fusi.

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Un pomeriggio di Maggio.

Il caldo tiepido si spandeva sulla mia pelle in miriadi di gocce di sudore che lentamente mi scivolavano lungo la schiena….

Mi girai a guadare fuori dalla chiesa, i tanti visi che affollavano l’entrata.

Il vestito di chiffon nero che indossavo, era circondato da tante piccole roselline di organza e mi avvolgeva il corpo come un sensuale abbraccio.Continuavo a perdere il mio sguardo incantato lungo la navata dell’antica Basilica, i panchetti erano disposti a spina di pesce e ricoperti con una stoffa grigia impreziosita da lunghi cordoncini di seta che, disegnavano importanti e teatrali drappeggi. Il profumo dei gigli e delle orchidee nane mi riempivano il respiro, filari d'edera incorniciavano le colonne in stile corinzio. Guardai attentamente l’immenso tappeto di petali di rosa sparsi lungo il pavimento, la sposa era raggiante davanti l’altare, e il suo giovane sposo impaziente nel tenergli le mani.

Intorno a me signore con eleganti vestiti colorati, si guardavano sorridendo.

Una voce calda e penetrante mi affondò improvvisamente nell’orecchio, dicendomi;

“Dimentica dove sei, per un attimo..”

Una folla di pensieri mi attraversò di colpo la mente, avrei voluto girarmi di scatto ma ero paralizzata nei movimenti, miriadi di brividi mi decoravano la pelle come piccole spine di rose.

“Dimmi qualcosa” mi sentii, ancora sussurrare piano.

Dovevo girarmi, raccolsi in un frammento d'attimo tutto il mio coraggio e voltai lentamente il viso verso quella voce.

Gli occhi si sciolsero dentro ad uno sguardo di fuoco,un uomo robusto e vestito elegante mi stava di fronte, guardai la sua barba incolta, le sue mani forti giocare con i capelli un pochino lunghi e le sue labbra accennarmi un sorriso, mi soffermai a guardagli gli occhi bruciavano da morire ne potevo sentire il dolore sulla pelle, mentre lasciava scorrere il suo sguardo su di me.

Mi domandai se lo avessi mai incontrato prima, forse dietro a qualche maschera, mentre si prendeva gioco di me.

Respirai forte, il profumo delle rose color pastello mi inebriò all’istante, e persi per un momento la cognizione del tempo, l’uomo elegante mi afferrò le mani e cercò di controllare i miei precari spostamenti, sentì il sangue diluirsi piano e scorrere nelle mie vene, come un torrente in corsa.

Tremavo a quel contatto come un' impaurita ragazzina, mentre sentivo ancora le sue mani percorrermi delicatamente la leggera stoffa del vestito.

“Perché stai tremando?” mi domandò l’uomo, con voce roca.

Decisi di sciogliere il mio silenzio opprimente e di rispondere alla sua domanda.

“Tremare io?” gli risposi, respirando affannosamente.

 

“Ho solo bisogno di uscire di qui, per respirare aria neutra e non satura di quest' odore floreale”gli dissi, divincolandomi dalle sue mani che mi accarezzavano la schiena.

Mi incamminai  verso l’uscita della chiesa, in preda ad una mancanza di ossigeno, dovevo tornare a respirare il prima possibile e respirai finalmente, con forza, come quando si è stati a lungo in apnea immersi sott’acqua.

Mi guardai intorno, con l’anima completamente assente dal mio corpo.

La luce flebile del sole al tramonto illuminava l’antico viale delle “Terme di Caracalla”, mentre guardavo il vento giocare con i teneri rami degli alberi una musica dolce proveniva dall’interno della chiesa, riuscii a capire in un momento di lucidità che la cerimonia stava oramai per finire, ricordai Elena illustrarmi la composizione di musiche per il matrimonio, e quella che sentivo adesso era proprio quella che lei, desiderava alla fine.

Rimasi ancora per un istante a sentirmi sulla pelle, quelle mani possenti percorrermi poi mi avviai di corsa all’interno della chiesa, un raggiante brivido mi confuse i sensi, lui era ancora li seduto su uno dei tanti panchetti rivestiti, gli guardai le mani sfiorarsi la barba color del miele e tremai ancora. "Ma chi era quell’uomo?" mi domandai fugace..”perché mi faceva sentire così tremendamente confusa, incerta, imbarazzata e perché non riuscivo a trovare una risposta?”.

Ad un tratto lo vidi voltarsi verso di me, che nel frattempo ero rimasta impietrita davanti all’entrata, lo guardai farmi dei gesti che mi invitavano a sedere vicino a lui, un sottile gelo mi invase la pelle non’ostante il caldo opprimente che riempiva ogni spazio possibile dell’antica chiesa, una signora dai lunghi capelli corvini, mi cedeva il suo posto vicino all’uomo. Sedendomi ripensai ad una delle tante poesie di Rainer [i]Maria Rilke : “Che questo non sia più dinanzi a me da cui distante oso volgere il viso”…mai più belle parole, potevano avere tanto veritiero significato in quell’istante.

L’uomo mi fissò a lungo i capelli raccolti in uno chignon, dei piccoli ciuffi ribelli mi ricadevano sul viso incorniciandolo, provai imbarazzo nel vedere che il suo sguardo non si spostava mai un momento, voltai lentamente il mio viso verso il suo, senza aggiungere nessuna parola.

Lui si avvicinò di più a me scorrendo a fatica sulla stoffa ruvida del panchetto, io lo lasciai fare ma ero di nuovo atterrita dalle sue prossime domande…

“E’ da quando ti ho rivolto la parola, che stai tremando”mi disse, sussurrandomi dolcemente all’orecchio.

“Non sto tremando”gli dissi, con voce debole.

“Si invece, e mi piaci quando tremi, sento la tua pelle incresparsi sotto le mie mani e penso a quanti brividi potrei ancora regalarti…”mi disse, sospirando lentamente.

Cercavo di ancorarmi con le mani al cordoncino di seta luccicante che pendeva da un angolo del panchetto, ma una marea di vertigini mi faceva sbandare pericolosamente i sensi, mi voltai verso di lui con una strana luce negli occhi, un misto di paura ed eccitazione mi invase completamente.

Notai che continuava a tormentarmi intrecciando sulle mie mani, una piccola collanina con delle lettere in oro che penzolavano tra le mie dita fredde come il marmo, abbassai gli occhi per leggere quel nome..

“Russell Crowe”c’era scritto.

Cercai di soffocare gli accelerati battiti del mio cuore, mentre l’uomo mi guardava sfogliandomi i pensieri…

“E così ora sai il mio nome, occhi verdi” mi disse, soffiandomi via un leggero ciuffo di capelli  che mi sfiorava l’orecchio.

Rimasi così, in assenza di parole da dire, ne un'emozione da aggiungere.

Lui si avvicinò a me, posando il suo possente corpo sulla mia spalla…

“Speravo che tu mi dicessi il tuo di nome..”mi disse, facendomi oscillare l’orecchino a forma di rosa.

Respirai più forte che potessi, guardai per un attimo il prete che benediva gli sposi e il largo e appagante sorriso che si scambiavano.

La cerimonia era finita, dovevo trovare solo il coraggio di alzarmi, mi voltai lentamente verso di lui e scostai bruscamente le sue mani dalle mie…

Mi alzai di scatto, con lo sguardo sospeso  in un margine di pensieri, che oscillavano nella mia mente lui rimase fermo e stranamente  non disse una parola mentre mi allontanavo dal panchetto, pensai all’assurda fuga che stavo facendo..”ma da chi stavo scappando?” mi domandai confusa!”da quell’uomo tanto affascinante? o da quello che in poco tempo era riuscito a farmi provare…?”

Dovevo camminare, trascinarmi fino al viso di Elena e parlarle assolutamente…

Arrivai con le gambe che mi tremavano davanti agli sposi, Elena e Fabrizio erano mano nella mano, semplicemente innamorati si guardavano con una immensa luce negli occhi che li lasciava pieni di promesse, li baciai sulla guancia sussurrandogli i miei più sentiti auguri.

Elena mi guardò perplessa…

“Stai bene Lisa? Mi domandò, con voce preoccupata.

“Sei così pallida!” mi disse ancora, inclinando il suo viso verso il mio.

A quelle parole mi sentii morire, volevo raccontarle tutto, dirle di quell’uomo dallo sguardo di fuoco e dalle voce penetrante e di tutte le sensazioni che mi sentivo fremere sotto la pelle..

“Sono solo un po’ stanca” gli risposi, con un tono sfuggevole della voce. Non feci neanche in tempo a chiederle se conoscesse quel nome “Russell Crowe” che, un ondata di persone mi travolse all’improvviso allontanandomi da lei.

Respirai profondamente il profumo dei gigli, mentre guardai dal palchetto sopra la mia testa scendere una cascata di petali di rose rosa, ne raccolsi un po’ nei palmi delle mie mani e ne aspirai forte l’odore vellutante e penetrante.

Mi sentii improvvisamente accarezzarmi le spalle….Cercai di voltarmi avvolta da uno strano profumo, un misto di sandalo e vetiver che si mescolavano insieme.

“Non ti voltare” mi disse lui, fermandomi e stringendomi sempre di più le spalle..

“Vieni via con me”mi disse ancora, con voce spezzata dal desiderio.

Rimasi impassibile con le sue mani che mi bloccavano ad ogni respiro…il mare, il mare pensai tra me vengo via con te, solo se mi porti verso il mare…

Mi afferrò per la mano, ed io mi voltai piano per assecondarlo nei movimenti.

Mi trascinò via dalla chiesa in un complesso silenzio di voci, mi guardai intorno per un istante e vidi solo due donne in divisa, che ripulivano il pavimento dai petali delle rose.

Era passato così  tanto tempo, da non rendermi conto che tutto era finito pensai rabbrividendo all’istante. Adesso eravamo insieme, sotto un cielo che piano, piano diluiva il suo colore azzurro, in una Roma semi deserta e in un viale immenso in cui perdere lo sguardo.

Salimmo sul suo trasandato pick-up Giapponese di colore blu, lo guardai impugnare il volante con estrema sicurezza e partire.

Guidava lentamente senza parlare…

Pensai che in quel momento come non mai, avrei avuto bisogno delle sue parole,volevo sentirmele ancora una volta scivolare  addosso…

Scrutai i suoi occhi dalla trasparenza del vetro, un misto di blu verde e di grigio…

I suoi occhi così preziosi, mi ricordavano le pietre iridescenti che trovavo sulla spiaggia d’estate.

“Perché vuoi che ti porti al mare?” mi domandò, interrompendo il silenzio.

Mi sentii improvvisamente mancare i sensi, come aveva fatto a leggere i miei pensieri senza che la mia voce e le mie labbra li pronunciassero?

Mi girai verso di lui stordita…

“Come fai a sapere che voglio andare al mare? gli risposi, con un tono della voce incerto.

“Ti ho letto dentro, hai la mente e l’anima di puro cristallo”mi disse, sorridendomi.

Era tutto così assurdo pensai, mentre mi sforzavo di rimanere con la mente lucida.

Guardai la strada e mi ricordai dell’antica” Villa dei Quintili”dove si sarebbe svolto, il banchetto degli sposi.

Scostai per un attimo dalla mente i suoi occhi, le sue mani e la sua vibrante voce.. “Dobbiamo girare per qui, c’è una piccola stradina con un'antica pavimentazione Romana…”gli dissi, guardando attentamente fuori dal finestrino.

“E il mare?”mi domandò, soffocando la voce.

Mi voltai a guardarlo negli occhi e pensai tra me, che un pezzettino di mare c’è l’avevo già di fronte per quella sera, forse mi bastava…

 “Alla villa ci aspettano per la cena” gli risposi, stringendomi nelle spalle…

Ma è al mare che  pensai ancora, come desideravo vederlo immerso nell’acqua salata.. guardarlo giocare con le onde che si increspavano ad ogni piccolo alito del vento e lasciarlo  stringermi forte con un abbraccio lungo la riva.

Sospirai a lungo, mentre lui mi guardava con uno spicchio di sguardo.

L’antica Strada Romana era difficile da percorrere, sentivamo lo stridere delle gomme sui grossi massi e il continuo sballottamento che ci faceva vibrare i corpi.

“Me lo vuoi dire il tuo nome adesso? mi domandò, passandosi una mano tra i capelli.

Gli sorrisi dolcemente..

“Mi chiamo Lisa”gli risposi, distogliendo lo sguardo dai suoi occhi trasparenti.

“Bel nome Lisa”mi disse, accennando un sorriso malizioso.

Lo guardai, il sorriso gli era rimasto stampato sulle labbra.

Capii che era venuto il tempo delle domande, dovevo assolutamente chiedergli qualcosa di più..da dove venisse e che cosa facesse li, mi domandai se era un amico degli sposi.

Sorrisi tra me, mentre andavo in cerca delle sue risposte.

“Di dove sei?”gli domandai sussultando con le parole.

“Vengo dall’Australia ma sono nato in Nuova Zelanda, ci sei mai stata?”mi rispose, rallentando la guida.

“No mai….mi piacerebbe”gli dissi, mentre armeggiavo con una forcina che mi era scivolata dai capelli.

“E cosa fai per vivere in Australia?” gli chiesi, con la testa piena di domande.

“Possiedo una fattoria di 750 acri, dove allevo 350 mucche Angus e vivo costantemente a contatto con la natura”mi rispose, con un immensa luce negli occhi.

“Mi piace la natura…fai un lavoro bellissimo Rusell “gli dissi, sorridendogli.

“Ti piacciono gli animali Lisa?”mi chiese, mentre fermava un attimo il suo sguardo nel mio.

“Lì adoro…ho una gatta a casa si chiama Tecla è una persiana con il pelo rosso.”gli risposi, pensandola a sonnecchiare sul letto.

Lo guardai sfiorarsi il sorriso con un dito.

“Sai Lisa coltivo da sempre un sogno, cantare..”mi disse ancora, facendo scorrere lentamente le mani sul volante della macchina.

“Anche a me piace molto la musica, insieme a tre mie amiche facciamo alcune serate nei pub..loro suonano ed io canto!” gli dissi, smovendo nervosamente le mani sulle roselline del vestito.

“Anch’io ho un gruppo dove canto, abbiamo già inciso qualche album…e abbiamo appena terminato di incidere l’ultimo, mi disse tirando fuori dalla tasca della giacca il pacchetto delle sigarette.

Si fermò un attimo e soffiò lentamente il fumo della sua sigaretta verso il finestrino della macchina.

 

“Cantare per me è molto importante, riesco a trasmettere meglio le mie sensazioni e le emozioni “mi disse accennando tra le labbra una canzone.

 

“If you knew what I was thinking

You'd probably drown me”….

 

 Poi incominciò a guardarmi  e mi sembrò di cogliere nelle sue parole un piccolo tremito.

All’improvviso fermò la macchina, proprio vicino un antico rudere Romano e mi guardò intensamente negli occhi….

Io abbassai lo sguardo confusa, e cercai di aggiustarmi con le mani che mi tremavano lo chignon …

“Non lo sistemare…”mi disse, accarezzandomi lentamente la parte interna del collo.

Gli sorrisi in preda ad una sensazione di soffocamento..

“Sei così bella con i capelli sciolti, ne sento il profumo…”mi disse, continuando ancora a far scorrere più giù le sue dita.

Feci un gesto d'impotenza e rimasi in silenzio davanti a quegli occhi, che vibravano di desiderio.

Mi morsi per un attimo le labbra, avevo paura di tutto quello che stavo provando mentre lo sentivo ancora avvicinarsi, mi passò una mano dietro le spalle e incominciammo un dialogo fatto solo di sensazioni…..

Il suo viso adesso era talmente vicino al mio che potevo sentirne il calore, lo guardai ancora negli occhi un misto di inferno e paradiso, riempiva i miei.

Si avvicinò alle mie labbra ed io sentii un senso di vertigine che mi avvolgeva la testa…

Cercai di divincolarmi al quel bacio febbrile, con le poche forze che mi sentivo balenare dentro.

“Sei crudele con me, Lisa.”mi disse, con una frattura nei nostri sguardi.

Inghiottii a vuoto, mentre tentavo di dirgli che la testa mi girava furiosamente.

“Crudele?” gli riuscii solo a dire, con un flebile filo di voce….

“Che tu lo voglia o no, non possiamo resistere a quest'attrazione che ci invade”mi disse ancora, avvicinandosi di nuovo alle mie labbra socchiuse.

“Ho sentito una corrente attraversarmi la pelle quando mi sono avvicinato a te in chiesa e ancora la sento dentro, dimmi che è così anche per te Lisa.” Mi sussurrò, con voce roca.

“Posso resistere a questa corrente se lo voglio..”gli dissi, con voce appena avvertibile.

“Oh  davvero piccola?”mi disse, con una strana assenza di movimenti.

Aveva negli occhi una luce che mi metteva in difficoltà, non riuscivo a trovare una sola plausibile parola per dirgli di fermare quelle sue labbra sulle mie.

“All’istinto non ci si può sottratte Lisa…il tuo se, n'è la dimostrazione..” disse, girando la testa alla sottile luce di un lampione.

Mi sembrava di registrare molto lentamente ogni suo più piccolo respiro, mentre rovistavo nella confusione della mia mente, alla ricerca di una disperata nuova comunicazione.

Cercai di cambiare posizione, ma sentivo le sue dita sfiorarmi le labbra e il mio cuore battere sotto sforzo..

“ Avremo modo di proseguire questo momento….”mi disse all’improvviso, staccandosi dal mio corpo rigido.

Respirai profondamente, mentre scivolavamo lungo la strada tortuosa.

Per tutto il tragitto restammo in silenzio, ogni tanto ci fermavamo a guardarci lungo lo spazio di suoni e movimenti che ci si allargava davanti….

Pensai a quello che gli avevo appena detto; “Posso resistere a questa corrente se lo voglio”mentivo, il fatto è che non avevo più il controllo delle mie sensazioni e questo mi rendeva fragile e impaurita.

Tutte le mie emozioni sembravano sconfinate e ristrette alle sue labbra, vicine alle mie.

Il lungo viale alberato si riduceva davanti hai nostri occhi e su ambi i lati dell’antica strada, delle piccole candele consumate da ore, ci segnalavano che eravamo all’entrata della lussuosa villa.

Russell girò piano il volante ed entrammo accolti da un gentile cameriere, che c' indicava la via del parcheggio.

Il silenzio ci avvolgeva come un lenzuolo bagnato, facendo gocciolare dai nostri corpi sensazioni doppie e pensieri ambigui.

Scesi dalla macchina e sentii improvvisamente i tacchi delle scarpe affondarmi nel pratino all’inglese, cercai con le braccia aperte di non perdere l’equilibrio…

Russell mi guardò con occhiate rapide e cupe…

“Vuoi appoggiarti a me?…”mi domandò, guardandomi sfilare il tacco dal prato umido.

Mi avvicinai a lui barcollante e passai la mia mano intorno al suo braccio.

La sua vicinanza mi faceva scivolare la mente verso strane sensazioni, mentre eravamo così vicini da poter sentire il calore dei nostri corpi…

Avrei voluto parlargli delle mie incertezze e dei suoi occhi e della sua bocca, che mi piacevano particolarmente e di quell' intensa voglia di vivere che lo illuminava anche adesso che era notte.


[i] “Che questo non sia più dinanzi a me” di  Maria Rilke

 

Che questo non sia più dinanzi a me da cui oso volgere il viso:

strade aperte, cielo, terre- il sorriso di nessun volto caro che le confonda.

Tutta la pena dei possibili amori giorno e notte ho sentito tornare:

confusi un tempo e remoti, ma uguali nel rifiutarmi una gioia serena.

Nessuna notte futura più dolce sarà di quella notte lontana, quando allo sguardo di noi rassegnati ogni discordia di nuovo fu piana.

Accanto a lei innamorata nel sonno forse il distacco sembrava più lieve.

Il mare per questo dolce volere dell’amica che dorme, una donna.

Quando ogni cosa che soli ci ha avuti stupiva come un tradimento,

ora che tu sai che la candela brucia se per angoscia il tuo lume si è spento.

 

 

 

 

 

 

Continua...